Nel verde del mondo, il respiro di Dio

Credo sia molto difficile raccontare il Sud America, e in modo particolare l’Ecuador. Non perché manchino le parole, ma perché ogni parola sembra sempre troppo piccola per contenere la vita che ho visto scorrere là.

Durante l’estate ho avuto la fortuna di accompagnare le Suore Dorotee di Vicenza in una loro missione in Ecuador, insieme ai giovani di Missio Giovani della Diocesi di Vicenza, ad alcuni miei alunni della scuola secondaria di secondo grado e a qualche collega. In tutto eravamo in dodici, partiti il 17 luglio e rientrati il 3 agosto.

Diciassette giorni intensi, densi di volti, di incontri, di silenzi e di stupore. Difficili da raccontare,
sì, ma impossibili da dimenticare.
Per riuscire a condividere anche solo un frammento di questa esperienza, proverò a farlo attraverso tre tappe, quelle che più di tutte si sono impresse nel cuore e che ancora oggi mi tornano alla mente con forza.

  1. Machala, il poco che diventa molto

    I primi giorni li abbiamo trascorsi sulla costa pacifica dell’Ecuador, nella provincia di El Oro: un nome che parla da sé, perché un tempo vi si estraeva l’oro. Oggi, però, quell’oro sembra essersi nascosto nelle pieghe della vita quotidiana della gente, nelle loro mani callose, nei sorrisi sinceri, nella loro capacità di rendere prezioso ciò che agli occhi del mondo non lo è più.
    Era una zona molto calda eppure, incredibile a dirsi, gli abitanti si lamentavano del freddo,
    anche con 26 gradi! In quella parte del Paese abbiamo dormito a Machala, una città dove per gli spostamenti era necessario essere scortati dalle famiglie che ci ospitavano, perché i nostri volti “stranieri” attiravano troppo l’attenzione in un territorio segnato da tensioni e traffici legati alla droga.
    Eppure, nonostante questo clima di precarietà, ciò che abbiamo trovato è stato un popolo capace di accogliere con il sorriso. Il nostro compito era semplice, eppure pieno di senso: visitare le famiglie, portare una parola di conforto agli anziani e agli ammalati, giocare con i bambini, condividere un canto o una preghiera. Le loro case erano baracche di mattoni e lamiera, e la povertà si toccava con mano. Ma proprio lì, in quelle strade polverose, abbiamo visto brillare una gioia che difficilmente dimenticherò. Un bambino, durante un gioco, ci ha raccontato che i genitori gli avevano insegnato a non accettare caramelle bianche dagli sconosciuti: potevano essere cocaina. È una frase che pesa, che fa male. Ma allo stesso tempo, quel bambino, come tanti altri, giocava, rideva, sognava. E la loro allegria è stata contagiosa.
    L’ultima sera, gli abitanti del quartiere hanno chiuso al traffico una strada per festeggiarci. Hanno danzato con i loro costumi tradizionali, ci hanno abbracciati, ringraziati. Noi, per ricambiare, abbiamo preparato per tutti un’ottima pizza italiana. È stata una festa di fraternità autentica, dove non contava chi dava e chi riceveva, perché tutti donavano qualcosa di sé.
    Ma ciò che mi ha colpito più di tutto è stato il modo in cui, nonostante avessero poco o nulla, non perdevano occasione di condividere. Una sedia, un frutto, un sorriso: tutto era dono.
    E sedersi a tavola con loro era come sedersi in famiglia.
    Abbiamo lasciato Machala con il cuore colmo e una consapevolezza nuova: forse i veri poveri siamo noi, quando, nella nostra società ricca e distratta, non sappiamo più riconoscere la
    bellezza del condividere, la gioia dell’essere comunità.

  2. Quito, il cuore dell’Ecuador

    Dopo la costa, abbiamo raggiunto Quito, la capitale. È una città che vive sospesa tra cielo e terra: si trova esattamente sull’equatore, ma a tremila metri d’altezza. Nonostante sia “al
    centro del mondo”, il clima è fresco, e anche le persone sembrano vivere con una calma diversa, più lenta, più serena.
    Lì abbiamo trascorso un paio di giorni di riposo prima di partire per la tappa finale del viaggio, ma anche in quella breve sosta non sono mancati incontri significativi. Una comunità locale ci
    ha ospitato per la messa domenicale: un momento di comunione profonda, dove non servivano traduzioni perché la fede e la fraternità parlavano la stessa lingua.
    Passeggiando per le vie di Quito, tra chiese coloniali e mercati colorati, ho pensato spesso a quanto sia fragile l’equilibrio tra ricchezza e povertà, tra modernità e tradizione. Eppure, anche
    lì, come ovunque in Ecuador, si percepisce un’energia vitale straordinaria: la forza di un popolo
    che, nonostante tutto, continua a credere, a sperare, a sorridere.

  3. L’Amazzonia: il respiro della Terra

    L’ultima parte del nostro viaggio ci ha portati nel cuore verde dell’Ecuador: l’Amazzonia. È quasi impossibile descriverla. Immaginate di salire verso Asiago, fermarvi a guardare la pianura e scoprire che ogni centimetro, fino all’orizzonte, è coperto di alberi. Un mare di verde che sembra non avere fine, un silenzio che parla più di mille parole.
    In mezzo a quella immensità, abbiamo compreso quanto sia fragile e prezioso questo polmone del mondo, minacciato dal disboscamento e dalle trivelle che avanzano per cercare petrolio o per coltivare soia.
    Nei villaggi amazzonici abbiamo incontrato persone che vivono in armonia con la foresta.
    Parlano una lingua antica, il Quechua, e custodiscono tradizioni millenarie. Con loro abbiamo
    giocato a calcio, condiviso il cibo portato con la Caritas, raccontato storie e pregato insieme.
    Uno dei momenti che non dimenticherò mai è stato l’abbraccio di una donna anziana che viveva sola, ai margini del villaggio. Quando ci ha salutati, mi ha benedetto il cammino. In quel
    gesto semplice ho sentito tutta la forza dell’amore universale, quello che non conosce confini,
    lingue o culture.

Un viaggio che continua dentro

Quando l’aereo è decollato da Quito per riportarci in Italia, il mio cuore era un miscuglio di gratitudine, commozione e nostalgia. Sapevo che quel viaggio non finiva lì, perché certe esperienze non si chiudono in una valigia: ti restano dentro, cambiano lo sguardo, ti insegnano a vedere diversamente.
In Ecuador ho imparato che il poco può davvero diventare molto. Che la ricchezza non è ciò che si possiede, ma ciò che si dona. Che la gioia nasce dalla condivisione, anche quando si ha poco o niente. E forse, la più grande lezione che porto con me è questa: il cuore umano, ovunque nel mondo, batte allo stesso ritmo quando ama, quando spera, quando si apre all’altro. Per questo, oggi, ogni volta che racconto questa esperienza, sento riaccendersi dentro di me quel fuoco che ho trovato tra le strade polverose di Machala, nei sorrisi di Quito, e tra gli alberi infiniti dell’Amazzonia. Un fuoco che continua ad ardere e che, spero, possa scaldare anche un po’ il cuore di chi legge queste righe.

Matteo Telatin